Notte di fuoco a Falconara: l'API esplode, la città trema
Un risveglio da incubo
Falconara si è ritrovata nell'incubo stamattina. L'API, quel gigante industriale che da 70 anni segna il profilo della costa, è andato a fuoco. Un incendio violento, seguito da boati che hanno fatto tremare tutta la città. Colonne di fumo nero, così dense da vedersi a chilometri, hanno divorato il cielo dell'alba, mentre centinaia di persone venivano fatte scappare dalle loro case.
"Mi ha svegliato un botto tremendo, sembrava il terremoto", racconta Anna Moretti, che abita a neanche un chilometro. "Ho guardato fuori... ho visto le fiamme e mi si è gelato il sangue. Una scena che non scorderò."
Tutto è cominciato poco prima delle 4. Un incendio nell'area nord della raffineria, quella della distillazione primaria. Le squadre interne sono intervenute subito, ma la situazione è precipitata. Alle 4:10 la prima esplosione ha squarciato la notte, mezz'ora dopo la seconda, ancora più forte.
Lottare contro il tempo e le fiamme
I Vigili del Fuoco sono arrivati in forze: dodici squadre, oltre 60 uomini, una mobilitazione mai vista qui in provincia di Ancona. "Abbiamo dato l'anima", dice Riccardo Mancini, capo squadra, la voce stanca dopo ore in prima linea. "Davanti a quell'inferno, fiamme alte decine di metri, e la paura costante di altre esplosioni... ogni minuto sembrava non finire mai."
Le autorità hanno agito in fretta: via subito circa 200 residenti dalle zone più vicine, scuole chiuse ovunque nel comune, treni fermi per ore sulla linea adriatica. Hanno creato un cordone di sicurezza e la Protezione Civile ha aperto il palazzetto dello sport per accogliere chi era fuori casa.
"Siamo dovuti scappare lasciando tutto", racconta Marco Verdi, uno degli sfollati. "Mio figlio ha l'asma, e ogni volta che succede qualcosa all'API sta peggio. Non si può vivere così, con questa preoccupazione costante sopra la testa. La salute viene prima, no?"
Perché è successo? Le prime ipotesi
Spente le fiamme (o quasi), è partita la ricerca delle cause. Le prime voci che filtrano dagli inquirenti puntano a un guasto alle valvole di sicurezza dell'impianto di distillazione. Ma non è l'unica pista.
"Le raffinerie sono macchine complesse", spiega l'ingegner Stefano Moretti, esperto di sicurezza. "Lavorano a pressioni e temperature pazzesche. Basta un niente, un piccolo problema, e tutto può crollare in un attimo."
Qualcuno mormora della manutenzione: pare fosse in corso proprio in quell'area. "Quando fanno manutenzione, spesso disattivano alcuni sistemi di sicurezza", fa notare il professor Antonio Ferri della Politecnica delle Marche. "È come operare un paziente a cuore aperto: il minimo errore può essere fatale."
E non è la prima volta, questo inquieta. Nel 2018 ci fu un altro incendio lì vicino, per fortuna meno grave. Una coincidenza?
I conti da fare: danni, ambiente, salute
I danni sono enormi. L'unità di distillazione, il cuore dell'impianto, è a pezzi. La produzione è ferma e chissà per quanti mesi. Milioni di euro andati in fumo, ma il prezzo vero, quello più pesante, potrebbe essere per l'ambiente e la salute.
L'ARPAM ha già trovato livelli di benzene cinque volte oltre il limite vicino all'impianto. Le polveri sottili sono schizzate a 200 μg/m³, e nell'aria si è sparsa una miscela di composti organici volatili.
"Quando bruciano idrocarburi, l'inquinamento è subdolo", avverte la professoressa Laura Bianchi dell'Università di Ancona. "Non è solo l'aria che respiri. Questa roba ricade a terra, entra nell'acqua, nella catena alimentare. Potremmo vederne gli effetti per anni."
Le autorità sanitarie consigliano: state in casa, finestre chiuse. Ma per tanti, è una magra consolazione. "Ci conviviamo da sempre con questa paura", dice amara Anna Moretti. "Ogni volta ci tranquillizzano, 'tutto sotto controllo', 'rischi calcolati'. E poi succede questo."
Reazioni a caldo
L'incidente ha scatenato un putiferio. La sindaca, Stefania Signorini, vuole vedere subito i capi dell'API: "Pretendiamo risposte chiare e garanzie vere per la sicurezza dei cittadini".
Gli ambientalisti sono furiosi. "Ecco la prova di quello che diciamo da anni!", sbotta Maria Rossi di Legambiente Marche. "Non si può più costringere migliaia di persone a vivere accanto a un impianto così pericoloso. Serve un piano per cambiare, per riconvertire l'area".
Anche i sindacati sono in agitazione, divisi tra difendere i posti di lavoro (300 diretti, 150 nell'indotto) e chiedere più sicurezza. "Garanzie per tutti," dice Paolo Bianchi della CGIL, "ma la sicurezza prima di ogni altra cosa."
L'API, da parte sua, si dice "profondamente rammaricata", promette "massima collaborazione" e annuncia una commissione tecnica indipendente per rivedere tutto, oltre a nuovi investimenti. Si dicono pronti a coprire le spese urgenti delle famiglie evacuate.
Parole che non scaldano il cuore a tutti. "Sempre la stessa musica", commenta un anziano scuotendo la testa. "Tante belle promesse dopo il disastro, poi non cambia niente. Aspettiamo che ci scappi il morto..."
E adesso?
Falconara prova a ripartire, ma le domande restano sospese nell'aria, pesante non solo per il fumo. Quando riaprirà l'impianto? Chi pagherà i danni all'ambiente? Come evitare che succeda di nuovo?
L'ARPAM ha messo più centraline per monitorare l'aria e ha lanciato un'app ("Aria Marche") per aggiornare i cittadini. Ma per molti, è troppo poco, troppo tardi.
Uno studio recente dell'Istituto Superiore di Sanità aveva già trovato a Falconara tassi di alcune malattie più alti della media regionale, forse legati proprio all'inquinamento. Quest'ultimo disastro non fa che aumentare l'ansia.
"Serve un piano completo", insiste il professor Marco Verdi, ecologo. "La bonifica deve guardare a tutto l'ambiente colpito, non solo al punto dell'incidente."
Mentre le indagini cercano i responsabili, Falconara resta così, col fiato sospeso. E con gli occhi puntati su quel gigante industriale che, sempre più spesso, fa più paura che comodo.